L’emersione della coscienza infantile

Durante l’infanzia, qual è il primo segno d’emersione della nostra coscienza? Il filosofo Günter Anders descrive questo fenomeno come un conflitto primordiale fra l’identità del bambino e la realtà che lo circonda, conflitto risultante nel manifestarsi del sentimento di vergogna. Questa illuminante descrizione della vergogna contribuisce a spiegare la nostra tendenza a conformarci agli altri.

È credo dominante che l’identità individuale possa spontaneamente emergere dal nostro “interno”: di norma, le persone sostengono che la comparsa di una coscienza sia il risultato di un mero processo interiore.
Tuttavia, se rinchiudessimo un bambino in una camera buia e silenziosa per anni, di certo egli non crescerebbe come un vero essere umano.
Pertanto, le proprietà umane non si auto-definiscono: la sola biologia non è sufficiente a plasmare la nostra natura più intima.

Ora, se davvero vogliamo riflettere su come la nostra anima emerga, per prima cosa è necessario riconsiderare i luoghi comuni. E allora che cosa accadrebbe, se durante l’emersione della coscienza infantile il bambino – per prima cosa – riconoscesse se stesso come una non-identità, e dunque come una componente della realtà circostante?

Durante il secolo scorso, il filosofo tedesco Günter Anders ha sviluppato interessanti prospettive attorno al rapporto fra “il sé” e “il mondo”. E ha immaginato che queste due entità siano coinvolte in una costante lotta per la supremazia dell’una sull’altra.
Infatti, Anders sostiene che la coscienza umana sia costantemente rimodellata dalla contrapposizione di due forze.
Da un lato, la nostra identità è sempre guidata da un incoercibile desiderio di libertà: ogni individuo sulla Terra vorrebbe realizzare se stesso, indipendentemente da qualsiasi limite la realtà circostante possa imporre. Tuttavia, questa tendenza allo spontaneo compimento personale (il ) è obbligata ad affrontare alcuni limiti strutturali: ci sono aspetti del mondo che antecedono la venuta di ciascun uomo sulla Terra (costituenti il cosiddetto es), i quali allo stesso modo contribuiscono a definire ciò che siamo.
Emerge pertanto un inevitabile conflitto fra il e l’es, nel quale l’es si ritrova a plasmare la nostra esistenza, a prescindere dalla nostra volontà.

Nei bambini, Anders identifica il primo vero sintomo di questa lotta primordiale nel sentimento di vergogna.

Di norma, pensiamo che il sentimento di vergogna emerga a causa di ciò che facciamo o dei pensieri che la nostra mente partorisce. La vergogna è vista come una conseguenza di azioni, come uno specchio emotivo di quegli eventi nei quali abbiamo preso attivamente parte.
Tuttavia, secondo Anders questa concezione è fuorviante: piuttosto, non dovremmo considerare la vergogna come un tratto intrinseco della nostra essenza, un tratto che strutturalmente ci determina?

Proviamo a considerare il seguente scenario.
Un bambino sta camminando lungo la strada assieme a sua madre, quando all’improvviso incrocia uno sconosciuto, il quale gli chiede: “Ei bello, come ti chiami?”
La reazione più comune che consegue alla domanda, è quella del nascondimento: il bambino si confonde fra le sottane della madre.

Se ora consideriamo lo stato nel quale il bambino si trova originariamente, dobbiamo concludere che egli “appartenga” al mondo della madre. In sostanza, egli non è altro che una componente di uno sfondo familiare omogeneo: la condizione “dell’essere parte di” confina la realtà del bimbo al suo solo es, il quale nei fatti lo definisce dall’esterno. Pertanto, in principio il bambino “esiste come parte” di sua madre, fittamente avvolto nella sua realtà. Tuttavia, quando è inaspettatamente approcciato dallo straniero, al bambino vien chiesto di uscire allo scoperto. Quest’azione invoca il bambino come un individuo, pretendendo che il suo emerga.

In questa situazione, l’es è obbligato ad impersonare il , provocando nella mente del bambino una domanda irrisolvibile: sono davvero un Io?
Poiché il bambino si ritrova scisso in due condizioni incompatibili – essere un’identità definita, continuando però a ricoprire anche il ruolo di sfondo impersonale – all’improvviso si vergogna e sente il bisogno di confondersi fra le sottane della madre.

Pertanto, afferrare l’identità individuale è la causa più primitiva del senso di vergogna.
In altre parole, questo sentimento è guidato dal primordiale atto del riconoscersi come “se stessi, ma null’altro”.
Questo rituale infantile definisce il momento nel quale l’individuo è tratto fuori come eccezione dal mondo per la prima volta nella sua vita, totalmente incapace di sostenere l’attenzione e la considerazione che gli altri individui dimostrano di possedere nei confronti della sua unicità.

Forse, dovremmo provare a tenere a mente questa lezione ogni qual volta proviamo l’ingiusta necessità di conformarci agli altri, necessità che emerge per il solo fatto di non sentirci colpevoli di fronte al nostro desiderio di essere genuine eccezioni alla normalità.
Infatti, la normalità è un chiaro sintomo di come l’es costantemente ci obblighi a mascherare la nostra natura più intima, confinandola in una tacita solitudine.

 

Simone Redaelli

 

Referenze:

Per una lettura comprensiva dell’opera citata di Anders:

Anders, G. “L’uomo è antiquato 1. Considerazioni sull’anima nell’epoca della seconda rivoluzione industriale”, 1956.

Received: 28.10.2018, Ready: 18.11.2018, Editors: FG, RG